La Repubblica intervista il Direttore Operativo di Italpol Vigilanza Antonio Del Greco

Antonio Del Greco

Roma.

A Roma si muore anche così. E se bussi con qualche domanda alla porta di un vecchio sbirro romano come Antonio Del Greco, 43 anni in Polizia, trovi la conferma dolente che nel sangue di Colli Albani c’è lo specchio di una città dove le coordinate della violenza hanno smarrito ogni bussola. Perché tarate in nessuna altra traiettoria che non sia “il veleno” che ogni sera, di fronte a un pub, una discoteca, un bar, sale alla testa di chi si cala una pasticca o si fa una “botta” di coca con il prezzo di una pizza. Lo chiama il <<grande disordine>> Antonio Del Greco.

Grande Disordine?  

<< C’è stato un tempo, almeno fino alla fine degli anni 90, in cui il territorio di Roma, i suoi quartieri, le sue periferie, erano imbarcate in un doppio, capillare controllo. Quello delle forze di polizia e delle organizzazioni criminali.

Noi sapevamo a quali porte bussare dopo una rapina, una rissa, dopo una morte per overdose. E dall’altra parte avevamo chi, a sua volta, aveva interesse a che la strada non fosse lasciata in balia dei ragazzini fuori di testa. Non è più così. Siamo nel tempo del Grande Disordine>>.

E quando è arrivato il tempo nuovo?

<< Direi all’inizio degli anni 2000. Quando sono successe, contemporaneamente, due cose. La prima è stata la riorganizzazione del territorio da parte delle forze di Polizia. Con l’introduzione di un numero unico e di un’unica sala operativa, l’intenzione meritoria era quella di ottimizzare il controllo tempestivo delle emergenze in città. Ma questo ha finito per risucchiare nel servizio in strada ogni energia possibile, anche dei commissariati. Con un risultato: vedere più macchine in strada, ma avere sempre meno memoria e penetrazione nei quartieri. La seconda cosa che è successa è stata la fine del controllo del territorio così come lo avevamo conosciuto da parte delle organizzazioni criminali.

Oggi, chi fa il traffico di stupefacenti in quartiere, controlla lo spaccio, ma non mette becco nelle rapine, nei furti in appartamento o nelle estorsioni.  Il risultato è che ci sono sempre meno porte a cui andate a bussare. E che se un tipo decide di procurarsi una pistola con cui girare in auto la sera, o andare a fare scippi, chi gliela procura non solo non fa domande, ma non deve neanche chiedere il permesso.

Oggi abbiamo più telecamere in giro per la città. Ma non abbiamo più un tessuto sociale in cui si manda a mente un volto, un nome. E se questo contesto lo anneghi poi negli stupefacenti, il risultato è quello che abbiamo di fronte agli occhi>>.

E’ cambiato anche il mercato degli stupefacenti? 

<<Assolutamente. Non ho più numeri. Ma ho fatto il poliziotto fino a due anni fa. E ho visto cosa è successo quando hanno cominciato a vendere le pasticche a due euro. E quando la cocaina ha smesso di essere una droga di classe per diventare roba popolare. Carburante per una seratina. Oggi tutti, ma proprio tutti, possono pippare. E se a un ragazzo di vent’anni pippato metti anche in mano un ferro, la vita comincia a valere poco. E il rischio imprevedibile, anche a un semaforo, a un angolo di strada>>.

E allora?

<< E allora non voglio fare sociologia da due soldi, ma non si deve cadere dal pero. Bisogna cominciare a riflettere su quello che siamo diventati e cosa sono diventate le nostre città. Sulla nostra infinita solitudine. Se in un condominio chi abita al primo piano ignora chi vive al quarto o lo incontra solo alle assemblee che decidono i lavori per l’ascensore, se un ragazzino con 50 euro in tasca può strafarsi con i suoi amici, possiamo anche mettere un poliziotto a ogni angolo di strada, ma non invertiremo la china. E dovremo rassegnarci all’idea che questo è il pedaggio che pagheremo>>.

 

Articolo Tratto da La Repubblica del 25 ottobre 2019